domenica 24 marzo 2013

La fideuà lombarda del vagabondo





“Io vagabondo che son io…vagabondo che non sono altro…. “ Con questo motivetto in testa, antesignano dei futuri “Nomadi”, lasciavo il mio paesello, alle cinque di una brumosa mattina di novembre. Lì le mie certezze, i campi, il lavoro e la mia Maria, là il sogno da quand’ero bambino, il mare. Non avevo mai lasciato la mia Milano, ma quel poco di istruzione ricevuta, che si sa che i contadini mica studiano, mi aveva messo nel cuore quella voglia di mare, di avventure, di viaggi e di pirati. E così, scappato di casa, con i miei vecchi stracci e quella zucca, pegno d’amore della Maria, mi dirigevo verso Genova. Lì avrei cercato posto su una nave e via verso nuove e meravigliose avventure…
Son passati quattro lunghi mesi da allora, Genova l’ho raggiunta e ho anche trovato posto su una nave. Dopo mesi di fatica e mal di mare, temprato dal freddo e bruciato dal sole, ho guadagnato la lusinghiera carica di mozzo!
Ho anche messo a segno un altro colpaccio: sono diventato pupillo del cuoco di bordo, che qui chiamano in un modo strano: “cambu….cambuqualcosa”, che la cucina si chiama cambusa! Così la mia gavetta è sempre più piena delle altre, anche se, devo confessarlo, a me il pesce PROPRIO NON PIACE! Beh, quando si ha fame si mangia tutto, ma quella bella polentina della mamma con il profumo si salsiccia, quella della domenica, quella l’è n’altra roba! Solo che, disdetta tremenda disdetta, il cuoco, no, il cambucoso, è stato colpito dal morbo di Montezuma! (che cosa sia non lo so, ma l’effetto è devastante!).
Il capitano, spagnolo che più spagnolo non si può, anche un cicinin antipatico a dirla intera, m’ha preso e il m’ha dit – Franco, ghe penset ti neh? – ah ah non così, l’ha detto nella lingua sua, che l’è come questa, ma con la “s” in fondo a ogni parola! E ha pure aggiunto: voglio la Fideua! Uh mamma, sa l’è stu rub chi? Nel porto, m’ha poi mandato a far provviste, ma che cosa compro???  
Poi l’ho vista, lì tonda, bella, con i colori di “casa” la zucca, la zucca uguale a quella della mia Maria, il mio pegno d’amore! Da dove arrivasse non so, ma sapeva di casa! Ho chiesto in giro come si fa la Fideuà, che l’ho mangiata neh, ma farla l’è n’altra roba! Così ho deciso, stavolta niente pesce! Ho comprato tutto quello che ricordava casa, ho anche speso un patrimonio! Patate, zucca, suchet, e le erbe, le erbe che la Maria coltiva nell’orto, la mia Maria! Perfino il formaggio, poco neh, che somigliava tanto al grana, quello che ho assaggiato alla prima Comunione!
Ho cucinato ed è venuta una roba da leccarsi i baffi che il capitano l’ha mangiata due volte, anche se all’inizio aveva storto il naso! Però io ho deciso: cucinando la roba di casa, m’è venuta la malinconia…. Io al prossimo giro sbarco e torno dalla mia Maria! Mariaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!




Per il brodo di verdura
1 cipolla
3 carote
1 gamba di sedano
2 zucchine
1 l di acqua
Alloro

Per la Fideuà:
1 spicchio di aglio
400 gr di zucca (già sbucciata)
2 patate novelle (medie)
300 gr di zucchine
150 grammi di spaghetti spezzettati
Olio evo
Salvia, rosmarino, sale, pepe
Una bustina di zafferano

Per la salsa:
50 gr di parmigiano
50 gr di olio evo
20 gr di basilico fresco
2 cucchiai di mandorle
Un pizzico di sale



Per il brodo: immergere in un litro d’acqua le verdure e l’alloro, portare a bollore, salare fare cuocere per almeno un’ora e mezzo, filtrare.
Per la fideuà. Lavare bene la zucca e metterla in forno per una mezz’ora a 200°, in una pirofila con un filo d’olio e un rametto di rosmarino. Decorticarla e tagliarla a cubetti. Pelare le patate e tagliare anch’esse a cubetti. In una padella larga, scaldare due cucchiai di olio Evo con due o tre rametti di rosmarino e di salvia e uno spicchio di aglio. Far soffriggere bene patate e zucca, salare, cospargere con un’abbondante spolverata di pepe, aggiungere ½ mestolo di brodo e far stufare per una ventina di minuti. Intanto lavare le zucchine e farle a cubetti. Spezzettare gli spaghetti. Scolare le patate e la zucca, con la schiumarola, quando saranno abbastanza morbide (devono cuocere ancora un dieci minuti) e metterle in un piatto al caldo; togliere il rosmarino e l’aglio. Nel fondo di cottura, a fuoco moderato, far tostare gli spaghetti spezzettati; dopo un minuto, scolarli con la schiumarola e metterli da parte; soffriggere le zucchine a fuoco vivo, salare e coprire. Non dovrebbe essere necessario aggiungere brodo. Quando saranno ancora un po’ indietro, mettere nella pentola anche le patate e la zucca. Far rosolare insieme per un paio di minuti e aggiungere gli spaghetti. In una tazzina, sciogliere lo zafferano con il brodo e aggiungere agli spaghetti. Continuare a aggiungere poco brodo alla volta, mescolando bene fino a cottura. Regolare di pepe (io tanto!).
Per la salsa: Lavare e asciugare il basilico. Frullare insieme al parmigiano e le mandorle, aggiungendo l’olio a filo. Ci sarebbe voluto il mortaio, ma non ce l’ho.
Servire la fideuà ben calda, accompagnandola con la salsa.


 con questa ricetta partecipo all'MTChallenge di marzo!




domenica 17 marzo 2013

Macchina pastae nacta est!







Ai posteri l'ardua sentenza...sapere se è corretta la frase, ma non vi preoccupate vivo anche senza saperlo!
Visto che in questi giorni il latino va di moda ho scelto di iniziare così!

Dicevo che è stata finalmente ritrovata, dopo lunghe e laboriose ricerche, la macchina della pasta "Imperia" di mia mamma. Era persa nei meandri del solaio, insieme a un considevole numero di "cucina italiana" d'altri tempi, visto che si tratta di numeri del 1960 o giù di li. Questo doppio ritrovamento mi ha riempito di gioia e se l'attenzione si è subito rivolta all'agognata macchina della pasta, anche l'altro reperto "archeologico" verrà passato al vaglio molto presto! Che fare con la macchina della pasta? Quale ricetta provare? Mi sono subito venuti in mente i ravioli, ma non quelli normali, bensì quelli del mio papà! Non che papà cucinasse, anche se ogni tanto amava cimentarsi ai fornelli, con risultati ineguagliabili per la cucina... Per ravioli di papà intendo i "casonsei" ( scrivo come si pronuncia perché non so come si scrive) dell'Alta Val camonica, che non assomigliano per niente a quelli bergamaschi! Non che li abbia mangiati tante volte, meno di 10 di sicuro, ma è uno di quei piatti che mi ricordano di più la mia infanzia.

Sì perché in casa erano quasi diventati una leggenda, tanto mio padre li decantava e tanto madre rifiutava di farli. Quindi le uniche volte che si potevano assaggiare queste meraviglie era quando si andava a casa dei nonni, e qui ero veramente molto piccola, oppure a casa delle due sorelle di mio padre. Quelle volte era una vera festa per tutti noi ! Addirittura i miei fratelli facevano a gara per chi riusciva a mangiarne di più e c'è chi si ricorda ancora quella volta che ne ha mangiati 13... 
Questi ravioli sono infatti molto grandi, ma purtroppo non mi ricordo molto bene la forma, anche se quasi sicuramente erano a forma di mezzaluna. Pur sapendolo, non li ho fatti così, in fin dei conti era la prima volta che mi cimentavo con la pasta fatta in casa, ma li rifarò con tutti i sacri crismi la prossima volta! Il sapore pero' era assolutamente quello! Oggi mi limito a pubblicarli per ricordarmi come ho fatto e anche perché erano tanto tanto buoni! 
Così buoni che anche l'XY di casa ne ha mangiati a quintalate!!! Ed è un caso raro visto che è a dietissima!

Casonsei della Val Camonica

per la pasta:
300 gr farina
3 uova
un pizzico di sale




per il ripieno:
800 gr di patate
1 cipolla bionda piccola
90 gr. parmigiano 
1 uovo
semi di finocchio (io no perchè XY non li ama)
3 o 4 cucchiai olio EVO leggerissimo
sale pepe noce moscata

per il condimento:
100 gr di burro
un rametto di salvia (mi mancava!)
parmigiano abbondante



Far bollire le patate con la buccia in abbondante acqua. Intanto, affettare la cipolla sottile sottile e farla soffriggere nell'olio, fino a quando non sarà appassita. Pelare le patate e schiacciarle con la forchetta; passarle nel soffritto a fuoco basso, girandole molto spesso, fino a che non hanno perso buona parte dell'umidità. Spegnere e far raffreddare. 
Preparare la pasta con uova, farina e un pizzico di sale. Intanto che riposa, riprendere il ripieno, aggiungendo il parmigiano, un cucchiaino di semi di finocchio (io no) e l'uovo. Aggiustare di sale e pepe, io aggiungo sempre anche un'abbondante grattata di noce moscata.
Tirare la pasta. Non so se sia corretto, ma mia madre usava passarla almeno tre volte tra i rulli medi e poi tirare la sfoglia finale.
Mettere sulla striscia di sfoglia le palline di ripieno, spennellando i bordi con acqua fredda, coprirla con un'altra sfoglia e ritagliare i ravioloni, avendo cura di pressare bene per evitare che si aprano in cottura
Far cuocere in abbondante acqua salata per circa cinque minuti, condire con parmigiano e burro fuso!
Buon appetito! (Questa dose secondo me è per circa 6 persone, noi li abbiamo mangiati in due, ma a più riprese!)

P.S. Le foto sono peggio del solito, ma era sera e avevo fame! :)




mercoledì 13 marzo 2013

Canto di primavera con sapori invernali!





Una foglia, piccola, tenera, di un verde chiaro chiaro,
una viola, un colore intenso che si staglia in mezzo al verde,
poi, d'un tratto: gli alberi si vestono di boccioli, 
il verde chiaro prende il sopravvento su gli altri colori,
l'aria è frizzante e allegra,
il cielo regala un azzurro intenso e il sole si staglia in un contrasto fortissimo;
fiorellini piccoli e teneri, 
una forsizia che si veste di giallo, quasi improvvisamente, 
la primavera...
Stagione di rinascita e di promesse...
Promesse di rinnovamento, di nuove stagioni e di nuovo inizi.
Vita che ritorna dopo che sembrava addormentata per sempre
e regala attimi di emozione.
Gente, gente che passa, anzi corre, come sempre...

Fa un po' fatica la primavera all'inizio,
giornate radiose si perdono dentro al cupo inverno,
poi vince e tutto si colora di nuovo...
Anche in questa grande città di cemento,
pare di sentire nuovi profumi di natura!

Cammino con il naso insù, per vedere il cielo,
mi godo le nuvole bianche che si rincorrono
e lo scampolo di una giornata che regala ancora luce verso sera.

E mentre cammino, vorrei che tutto diventasse silenzioso,
per poter godere del "rumore" della natura...


Però vi racconto una ricetta che sa ancora d'inverno, con il cioccolato, che per me è la quintessenza del confort food!




Plum-cake cioccolato banane e pera


50 gr di cacao amaro
170 gr di farina
3 cucchiai di gocce di cioccolato
1 bustina di lievito
50 gr di burro
2 uova
70 gr di zucchero
1 banana matura
1 pera matura (io decana)

Montate le uova con lo zucchero fino ad ottenere un composto bianco e spumoso, unire il latte, la banana e la pera sbucciate e fatte a pezzettini, e il burro fuso, continuando a montare. Aggiungere la farina e il lievito setacciati poco alla volta e infine le gocce di cioccolato.
Imburrare uno stampo da plum-cake, versarvi il composto, infornare a 180° per 40 minuti circa.
Ottimo a merenda e per una colazione un po' diversa.





lunedì 11 marzo 2013

Arieccomi!

Son tornata!
Ho cambiato nome e son tornata! Per un attimo ho pensato di chiudere baracca e burattini e continuare a cucinare senza pubblicare. Forse voi non ne avreste sentito la mancanza, ma io sì.
Perchè questo, lungi dall'essere un ricettario di cucina, è prima di tutto e comunque, uno spazio mio, dove comunque io faccio quello che mi pare, pubblico ricette se ho voglia e altrimenti scrivo.
Mio, senza interferenze. Chi non vuole leggere non lo faccia. Non è voyerismo, è un semplice spazio, dove di volta in volta scrivo quello che mi passa per la testa e per il cuore. Non ho segreti particolari, nonostante il nome, ma non voglio prese in giro, soprattutto non da persone alle quali voglio un mondo di bene e che sanno come ferire...La passione è passione e non si deve rinunciare a nulla di ciò che ci piace, solo perchè a qualcuno non sta bene.
Discorso chiaro, semplice e spero efficace...
Son tornata, ben felice di esserci!
E so che alcuni di voi sono felici insieme a me!
Liberi di non leggere, se non ne avete voglia.
Alla prossima, quando mi sarò nuovamente organizzata con qualche ricetta.
Ciao!


domenica 3 marzo 2013

Periodo soffice e mobbido...





Avete mai associato un periodo, un momento della vostra vita, ad un aggettivo?
Non un colore, un aggettivo! Non so cosa mi stia succedendo, potrebbe essere l’età, il “tedesco” come lo chiama la mia amica Nora, oppure l’adipe di troppo, ma la parola che in questo momento mi viene in mente più spesso è: soffice! Che però è un periodo che di soffice non ha nulla, anzi piuttosto duretto…
La seconda parola: morbido… Quindi morbido e soffice. Non mi addentrerei di più che altrimenti mi ritrovo con la camicia di forza addosso, però questa cosa mi incuriosisce assai…
Alla ricerca del morbido e soffice, questo week end ha registrato un numero elevatissimo di “spatasci” (tanto per non smentire il nome). Se la smettessi di prendere ricette qua e là e modificarle a mio piacimento sarebbe probabilmente meglio, ma tant’è, non riesco a farne a meno; dopo però, quando viene ‘na-schifezza non dovrei arrabbiarmi e invece mi viene un incazzo che la metà basta. Giusto ieri sera mi son lanciata su una ciambella, che naturalmente avrebbe dovuto essere soffice… risultato era così “soffice” che metà è restata dentro lo stampo e la metà che ne è uscita era proprio…cattiva, però era soffice!
Sempre alla ricerca del “must” del momento ho provato allora con un plum-cake, va beh va lasciamo perdere, affidiamoci al “fido” archivio che è meglio! Magari il prossimo we sarà virato sul croccante!
Ultima precisazione che poi vi lascio alla “Angie-torta”. Le foto non le ho fatte io, questo di per sé è già una cosa buona, e …(rullo di tamburi) non sono state fatte sulla lavatrice!
Dovete infatti sapere che la mia casetta è molto luminosa, ma ha pavimenti e mobili di legno scuro e quindi l’unico bel posto con tanta luce e un fondo bianco è…la lavatrice! Le mie amiche mi prendono in giro un sacco su questa cosa, ma io imperterrita, continuo, perché…diciamocelo … sulla lavatrice è meglio!!! J

La torta è di una mia collega, Angelica, e io naturalmente, ho apportato qualche modifica...


Angie Cheesecake


per il guscio di brisée:

175 farina
115 burro
30 ml acqua ghiacciata
1 tuorlo
1 cucchiaio di zucchero


3 uova
250 gr mascarpone
250 gr philadelphia (io balance)
120 zucchero
1 cucchiaio di farina
io aggiungerei una grattatina di scorza di limone
100gr. di cioccolato fondente




Impastare gli ingredienti della brisee classica, fare una palla e metterla in frigo. Montare i tuorli con lo zucchero, aggiungere i formaggi (già miscelati), la farina e gli albumi a neve.
Stendere la brisee, meglio se in una tortiera con fondo amovibile. Fondere il cioccolato a bagnomaria e spennellarlo sopra la pasta. Lasciare asciugare un attimo, versare il composto sopra il cioccolato. Infornare 40 minuti a 180°.
ecco fatto! Facile no? E questa è mobbidissima!




domenica 24 febbraio 2013

Doveva essere un domani colorato di rosa, non di rosso





(25 Novembre 2012 - Milano - Colonne di San Lorenzo - 100 paia di scarpe rosse, a ricordare donne scappate, fuggite....uccise)
fonte: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/11/19/foto/scarpe_violenza_donne-1375684/1/



Sono dal parrucchiere e succede raramente. Naturalmente, c’è da aspettare e lì c’è la pila dei giornali. Ci sono patinate copertine che parlano di personaggi famosi e veline in bikini al sole dei Caraibi. Non me ne potrebbe importare di meno dei pettegolezzi su personaggi "importanti"; sfoglio un giornale un po’ vecchio e mi colpisce una pagina con tante, tante foto tipo segnaletiche. E’ un giornale di novembre, e, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne ci fanno, tanto per gradire, una panoramica sui più efferati delitti. Che angoscia, volti di donne giovani, occhi sorridenti, riprese forse prima dell’inferno. Sì perché l’inferno è qui, in questa, purtroppo, "ordinaria" follia quotidiana.

Chiudo il giornale, ma i pensieri volano. L’immaginazione prende il sopravvento, penso all’inizio di una storia qualunque, all’amore, che doveva il sogno della vita. Penso alle urla, agli scatti d’ira che probabilmente hanno accompagnato l’inizio della follia. Magari ci sono bambini, forse piccoli… Immagino una donna che reagisce, all’inizio, e una lite che degenera, uno schiaffo, il primo, un dolore dell’anima prima che fisico. Occhi attoniti e magari lacrime di pentimento dall’altra parte, forse il domani sarà illuminato da fiori rossi e vellutati.

La vita continua come sempre, ma c’è un tarlo, che pensa e ripensa a come sia stato possibile che una stupida litigata sia finita così. Va beh pazienza… Altra lite stupida, altre urla, questa volta partono più schiaffi, questa volta non si scusa, non piange…anzi nei giorni seguenti è arrabbiatissimo. Lei vorrebbe dire qualcosa, ma si ferma, sia mai che dia i numeri un’altra volta.

E l’altra volta arriva, di nuovo, ancora, accompagnata dalle parole "te lo sei meritata"… Ora, ora monta la rabbia, lo sconforto, ora bisogna pensar,e riflettere, cosa devo fare? Ora si torna a casa malvolentieri, ora inizia la paura, a tratti ti prende ed è strisciante, non molla si insinua in te, in ogni frammento del tuo essere. Sfogarsi con qualcuno? No, che vergogna e poi chi crederebbe mai. I lividi passano la paura no, le scenate si ripetono, gli schiaffi sono un’abitudine ormai… Un pomeriggio con l’amica di sempre, lacrime tante lacrime, alla fine ci si sente un po’ meglio, sfogarsi fa bene. L’amica incredula, accoglie, lenisce, cura, conforta, non ha parole, ma vedrai passerà… Potresti denunciarlo, forse, ma "io lo amo"... L’amica tace e pensa a quel bravo ragazzo tanto educato, da non crederci… La vita, se si chiama ancora vita, prosegue, l’inferno è qui, è nell’attesa del rientro, è nella cura spasmodica della casa, della cena, del pranzo, ormai basta niente, si passano ore davanti a uno specchio, a coprire i segni. C’è voglia di fuga, lontano, ma dove vado? Con che soldi, mi trova… L’amica che ascolta, magari anche più d’una, non sa che fare, fa fatica a immaginarsi una realtà tanto complessa e tanto cattiva, ma magari non è vero…ma non è che era una collutazione e gli è scappato un pugno? Perché l’animo umano è così, è difesa, è crearti alibi per le cose troppo grandi, anche la migliore delle persone tende a difendersi, perché non ci si può pensare. Qualcuno no, ma quanti? Quanti di noi? Io, io come sarei, al di là dei proclami? Io, se avessi un’amica, una parente in questo stato che farei? Ah io… parlerei, denuncerei, bastonerei…ma non so… perché è difficile, è difficile anche solo ascoltare un’anima così ferita, senza dire stupidaggini. Mi fermo qui, la maggior parte delle volte sappiamo come finisce, purtroppo, ma la domanda è: "noi, come amici, come parenti cosa avremmo fatto?" o meglio "avremmo avuto il coraggio di intervenire, di agire in nome e per conto?" Non lo so, per quanto mi riguarda non lo so, non per mancanza di amicizia, né di cuore, né di paure di coinvolgimento. Non mi è mai capitato, ma non lo so…

Pensiamoci…

Un articolo di giornale, tanti volti, pensieri scritti in un post, in un blog mio, una pagina, un attimo di cuore libero, senza pretesa di cultura, anzi con tanta ignoranza dichiarata.

Con l’immancabile ricetta alla fine, dolce dolce, come un pensiero e una carezza che si vorrebbe dare, un abbraccio…


Flauti alla marmellata di pesche 

(ricetta non mia!)
da qui
con qualche piccola modifica


Ingredienti:


400 g farina
100 g farina di riso
100 g di acqua (io ho messo 150, ma era troppa)
150 g latte
15 g lievito di birra
150 g zucchero
70 g burro
1 cucchiaino
1 uovo + 1 tuorlo
1/2 cucchiaino di sale
la buccia grattugiata di un limone
marmellata di pesche



Inserite nella planetaria le due farine precedentemente miscelate, la buccia grattugiata del limone e il lievito. Inserite l’acqua e il latte appena tiepidi, ma poco alla volta. Tenete conto che mancano ancora uova, zucchero e burro. Aggiungete il miele e iniziate ad impastare con la frusta a K sempre a bassa velocità. Appena si sarà tutto ben amalgamato inserite le uova e lo zucchero. A questo punto potete rendervi conto se è il caso di aggiungere tutti i liquidi o meno. Fate incordare.
Continuate a lavorare portando la velocità lentamente a 1, e lavorate l’impasto fino a che si stacca bene dalla ciotola, a questo punto iniziate ad inserire il burro a piccoli pezzi, e aspettate che il burro già messo venga assorbito bene prima di inserirne ancora. Continuate così fino a finire tutto il burro. Quando l’impasto non si attacca più alla planetaria cambiate la frusta e mettete il gancio. Dopo una decina di minuti io ho incordato a mano (mi diverte molto di più!).
Formate a palla e mettete in una ciotola chiusa con pellicola, mettetela nel forno con luce accesa e fate lievitare fino al raddoppio, due ore circa.
Riprendete l’impasto mettete nel piano infarinato e lavoratelo un pochino.
Dividete in 18 pezzi di circa 65/70 grammi. Io ho fatto a occhio, ho steso l'impasto e con un coltello ho tagliato dei rettangoli. Incidete un lato corto del rettangolo in quattro linguette. Al centro di ogni rettangolo mettete un cucchiaino di marmellata e arrotolate il flauto su se stesso fino ai tagli. Prendete le striscioline e sistematele una a una, distanziate sul flauto.
Appoggiate su una teglia ricoperta di carta forno, ben distanziati. Coprite con pellicola e rimettete in forno con luce accesa fino al raddoppio, altre due ore. Quando saranno pronti spennellateli con uovo mescolato a latte e infornate a 180° per 15 minuti circa, fino a che saranno belli dorati. Sfornate e, se ci riuscite, aspettate che si raffreddino completamente prima di assaggiarli!





La ricetta di Alessandra è un po' più elaborata, ma, anche se ho saltato un paio di passaggi, son venuti bene lo stesso. In ogni caso, vi rimando a lei!



lunedì 18 febbraio 2013

La dieta ... con i marotozzi!




Sì l’ho fatto
sono stata seria, anzi serissima.
Ho scelto la dieta che mi sembrava più rapida,
ho chiesto una mano al figliolo perché spazzasse tutto quello che c’era per casa (non è stato difficile J),
ho fatto scorte di cibi permessi e solo di quelli,
ho fatto passare feste e compleanni,
non ho tergiversato… aspettando il classico lunedì della settimana dopo…
e mi sono messa a dieta.
Un incubo vedere tutte le mattine la propria bacheca di facebook inondata di ricette…
Un incubo mangiare solo quelle tre cose…
Ho rinunciato a mangiare con i colleghi, portandomi la schiscetta da casa…
Non ho cucinato niente, ma niente per tot settimane, a parte kit di sopravvivenza per figli.
Ho ammirato incondizionatamente chi riesce a conciliare dieta, blog e famiglia,
cucinando senza assaggiare per mesi e mesi (brava Francy!!!!)…
Sono riuscita a mangiare, in una settimana, 2500 gr dicesi 2500, di yogurt magro, anche senza frutta…
Ho anche perso 3 kili e mezzo, che riprenderò in un nano secondo.
Adesso basta!
Non ho una gran forza di volontà o forse non ho troppi kili da perdere, ma mi son stufata
Che ho pure l’influenza e quella si combatte a tavola, dice la mia mamma.
Ci pensiamo quest’estate…
Quindi cosa c’è di meglio che un maritozzo con la panna????
Pure di Montarsino, con il quale, come sapete, ho un “feeling particolare”, ma mi hanno regalato il libro quindi…
Mi tocca…Maritozzo sì, ma mini…




Maritozzi piccolini


375 gr di farina forte (io manitoba)
60 gr di latte
10 gr di lievito di birra
130 gr di uova (3 meno un po' per essere precisi)
130 gr di burro
55 gr di zucchero
1 cucchiaino di miele
1 cucchiaio di rum
scorza di limone

250 gr di panna montata per farcire
zucchero a velo per decorare



Sciogliere il lievito nel latte, unire nella ciotola della planetaria la farina, le uova, lo zucchero, il miele, il rum e la buccia di limone. Impastare a velocità ridotta, per circa 10 minuti. Unire il burro a temperatura ambiente poco alla volta, facendolo incorporare all'impasto prima di aggiungerne. A questo punto unire un pizzico di sale e impastare fino all'incordatura. Lasciare lievitare fino al raddoppio (io due ore in forno con la lucina accesa). Impastare brevemente per rompere la lievitazione e mettere a riposare in frigo per tre ore (io tutta la notte). Passato il tempo, stendere la pasta con un mattarello ad un'altezza di circa 1 cm, ritagliare i maritozzi con un coppapasta e metterli sulla piastra del forno a lievitare ancora per un'oretta. Spennellare con latte e infornate a 180° fino a che saranno ben coloriti. Far raffreddare, farcire con panna montata e cospargere di zucchero a velo.